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Un paese che rinasce
 Molti sembrano dimenticare che in Cambogia solo nel luglio 1998 si è potuta dire, finalmente, finita una guerra che era durata ben 29 anni. Tutti sono però pronti a ricordare il cosiddetto periodo dei “Khmer rossi” e le sue atrocità ma il governo di Kampuchea Democratica durò solo tre anni, otto mesi e venti giorni, poi cadde più di 30 anni orsono, il 7 gennaio 1979. Il debito di sofferenze che i Cambogiani pagarono prima e dopo quel periodo è stato immenso. Immensa è stata anche la forza che hanno dimostrato nel ricostruire il paese. Una dozzina di anni fa per andare in auto da Phnom Penh a Siem Reap occorevano quindici ore se non pioveva, perché se si era nella stagione delle piogge era impossibile andarci perché non c’erano ponti sui fiumi. A Phnom Penh la corrente elettrica andava e veniva, molti quartieri erano privi di acqua e buona parte delle strade cittadine erano sterrate. Poche erano le moto ed ancor più rare le auto ed il mezzo di trasporto cittadino erano i cyclo e i “motodub”. Battambang era raggiungibile via terra solo da chi era disposto a passare tutta una giornata su un pick-up stracarico di cose e persone. Kompong Cham, Kratie e il confine con il Laos si potevano raggiungere solo navigando sul Mekong. Internet e telefoni erano un bene riservato a pochi previlegiati e ancora non esisteva nessun supermercato con prodotti di importazione. Chi arriva oggi in Cambogia non si può rendere conto di quanto la vita sia cambiata e, quando si lamenta per le inevitabili carenze che riscontra rispetto a paesi come la Thailandia o lo stesso Vietnam, non tiene conto del fatto che i ragazzini di oggi sono nati quando ancora i mezzi blindati stazionavano lungo le strade che portano all’aeroporto. La Cambogia è un paese povero e per rinascere ha avuto bisogno di aiuto da parte della cosiddetta “comunità internazionale” che comunque ha pagato un ben misero prezzo rispetto alle sofferenze che il calcolo politico delle potenze internazionali ha imposto al popolo cambogiano. Questo aiuto è diventato anche uno strumento di pressione politica ed ha inoltre aperto la porta a innumerevoli voraci “umanitari” che in Cambogia hanno trovato fertile terreno per impiantare le loro redditizie attività. Speculando sulla povertà di tanti e mistificando la realtà sfruttano l’ingenua credulità di milioni di persone che con le loro offerte credono di dare un contributo al popolo cambogiano. Qualcosa certamente arriva a chi vive nel bisogno ma enorme è la quota di denaro che serve a mantenere questi “umanitari” senza mestiere che come pescecani che fiutano il sangue si sono ammassati intorno alla preda.
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