|
Quel 17 aprile 1975
François Bizot, che ne fu testimone, scrisse che quel mattino del 17 aprile 1975 “i primi Khmer rossi entrarono nella capitale venendo da Nord”.
Sembravano tutti molto giovani, dei ragazzi. Guardavano con stupore la città che non avevano mai visto. Il volto era scuro come il cuoio e indossavano informi abiti che secondo la vecchia consuetudine contadina erano stati tinti di nero con i frutti del dangkao. Ai piedi portavano sandali fatti con i pneumatici delle auto e sul capo avevano la krama a quadrettini rossi oppure il berretto verde reso famoso dalle Guardie rosse di Mao. Mentre faceva ala al loro silenzioso sfilare, la gente di Phnom Penh non riusciva a dissimulare la gioia per la fine di una guerra durata 5 anni. Quasi due terzi delle più di due milioni di persone che affollavano la capitale erano dei profughi fuggiti dalle campagne devastate e rese deserte da una pioggia di tremila chili di bombe per ogni chilometro quadrato. Tutti speravano che quel lungo incubo fosse finito anche se nessuno riusciva ad immaginare cosa ora sarebbe successo. La città era affamata e il problema immediato era per tutti quello di trovare del cibo. Restavano in attesa, ma p ochi ebbero dei dubbi quando in quello stesso pomeriggio cominciarono a circolare auto con altoparlanti che invitavano tutte le persone a evacuare urgentemente la città perché erano previsti massicci bombardamenti di rappresaglia da parte della aviazione americana. Chi era giunto dalle campagne si affrettava a riprendere la via di casa. I cittadini erano ancora troppo storditi per opporsi. I recalcitranti furono minacciati ed i pochi che si opponevano vennero eliminati mentre tutti i graduati dell'esercito sconfitto e i dirigenti del governo repubblicano di Lon Nol furono con l'inganno invitati a raggiungere le file del Governo Reale di Unità Nazionale e quando si presentarono furono tutti uccisi. Era così iniziata l’era di Kampuchea Democratica: sarebbe durata 3 anni, 8 mesi e 20 giorni.
Un inganno nato 5 anni prima
Sihanouk (al centro) con il gruppo dirigente dei Khmer rossi nel 1973
Quella storia era iniziata nel 1970 quando Sihanouk venne esautorato dal colpo di Stato del generale Lon Nol e da Pechino lanciò un appello a tutti i Cambogiani perché prendessero le armi contro "i traditori che avevano venduto il paese ai Sud-Vietnamiti e agli Americani". Costituì un governo di coalizione con i Khmer rossi e ne assunse la presidenza mentre Pol Pot restava nell'ombra ma tesseva la rete del suo rigido controllo sull'esercito. Come era già successo nelle campagne durante i cinque anni di guerra, anche ora quelli che entravano in città erano però visti da tutti come "i soldati di Sua Maestà il Re", era l'esercito del Governo reale di Unità Nazionale e non c'era motivo alcuno per dubitare che ora fosse finalmente finita la guerra fratricida. La gente, forse anche con la mente offuscata dall'insostenibile desiderio di pace, non esitò quindi a credere alle loro parole che mascheravano invece l'atroce inganno che avrebbe poi precipitato la Cambogia nel gorgo della loro utopia omicida.
I motivi della deportazione
L'aberrante progetto politico del gruppo dirigente dei Khmer rossi di fare rivivere la “grandezza di Angkor” ricostruendone la potenza economica basata sull’agricoltura prevedeva la collettivizzazione forzata e l'uso di tutte le risorse umane disponibili per compiere immensi lavori di costruzione di dighe e scavo di canali e bacini. La massa-lavoro costituita dagli abitanti delle città, corrotti da ideologie occidentali e costumi borghesi, era una enorme risorsa utilizzabile a costo zero e la perdita di anche tutte queste persone non avrebbe ostacolato la costruzione della futura società collettivizzata che, anzi, avrebbe tratto vantaggio dalla scomparsa di ogni elemento antirivoluzionario. La scelta strategica della evacuazione totale delle città era quindi già stata presa ma venne attuata con brutale immediatezza per fare fronte a contingenze che i Khmer rossi non erano in grado di gestire. La popolazione di Phnom Penh durante la guerra si era enormemente dilatata ed era sopravvissuta solo grazie ai convogli di cibo che arrivavano via fiume dal Sud Vietnam. Quando poi sulla città si chiuse la stretta dell’assedio finale i rifornimenti si limitavano ai carichi di un modesto ponte aereo. Ora, alla fine della guerra, tutti erano esausti e affamati e reclamavano riso per riempire le ciotole. Le colture delle campagne erano però state distrutte da anni di bombardamenti aerei ed anche i contadini erano pressoché alla fame. Non c’era quindi alcuna possibilità di sfamare quella moltitudine che, esasperata, sarebbe potuta diventare incontrollabile. Gli effettivi dei Khmer rossi ammontavano a non più di 60.000 militare e poche migliaia di quadri politici. Erano in maggior parte dei contadini a loro agio nelle campagne e nella boscaglia ma che mai avevano visto una cittá e quindi erano incapaci di controbattere qualsiasi azione di attacco urbano. L'unica soluzione era quindi quella di svuotare immediatamente le città per evitare il rischio del sorgere di qualsiasi resistenza organizzata e polverizzare la popolazione nelle campagne, rompendo ogni legame di amicizia, di lavoro e di famiglia per distruggere ogni possibile forma di aggregazione umana. Isolando gli individui se ne riducevano le capacità di autodifesa e diventava più semplice l'annientamento della loro personalità iniziato con l'immediato sequestro di calendari e orologi per distruggere in loro anche il senso di potere controllare lo scorrere del tempo.
|
Processo ai Khmer rossi o all'ONU ?Le Premier ministre estime que les Nations unies, qui ont reconnu les Khmers rouges « jusqu’en 1991 », devraient être punies « plus sévèrement » que Pol Pot.
Hun Sen a vivement critiqué l’attitude de l’ONU dans les années 1980 vis-à-vis des Khmers rouges, dans un discours tenu mardi 24 février 2009 à Phnom Penh. « Un groupe de personnes avait connaissance des massacres commis entre 1975 et 1979, mais ont continué à soutenir les Khmers rouges jusque dans les années 1990 », a accusé Hun Sen, estimant que celles-ci devaient être punies « plus sévèrement que Pol Pot ». « S’il faut juger ce qui s’est passé, il faut d’abord juger les Nations unies, et les pays qui ont reconnu les Khmers rouges jusqu’en 1991 », a ajouté le Premier ministre. « Maintenant, l’ONU joue à nous dire de faire ceci, de faire cela… Nous avons organisé un procès en 1979, ils ont décidé de ne pas le reconnaître. Maintenant, ils exigent un nouveau jugement, qui est compliqué et qui coûte des millions de dollars ! Moi, je m’en moque. J’ai fait mon travail », a ajouté le chef du gouvernement. Entre le 15 et le 19 août 1979, les autorités de la République populaire du Cambodge avaient jugé « la clique Pol Pot-Ieng Sary » et les avaient condamnés à mort par contumace. « Moi, tout ce que j’ai fait, je l’ai fait pour les droits de l’homme, a enchaîné le Premier ministre. Et les droits de l’homme, c’est d’abord le droit à la vie. Moi, j’ai battu le régime des Khmers rouges, je les ai empêchés de revenir, j’ai mis fin à leur gouvernement, j’ai négocié pour la création du Tribunal, et j’ai livré les cinq à la justice. Ce qui m’amuse aujourd’hui, c’est de voir que ceux qui parlent le plus du tribunal sont ceux qui ont soutenu les Khmers rouges ! » À l’Assemblée générale des Nations unies de 1979, 71 États, ont voté pour la reconnaissance des lettres de créances des Khmers rouges à l’ONU (35 contre, 34 abstentions). Parmi les « pour », la Belgique, le Canada, le Danemark, l’Allemagne de l’Ouest, la Grèce, l’Italie, le Japon, le Luxembourg, la Nouvelle-Zélande, le Portugal, le Royaume Uni et les Etats-Unis.
|