Il "processo" ai Khmer rossi

Una spesa di 260 milioni di dollari, venticinque giudici e nove anni di attività per emettere tre sentenze: ogni condanna è costata ottantacinque milioni di dollari.

"Deuch" in tribunale a Phnom Penh
Quando scarseggiano le notizie, sulla stampa italiana compaiono articoli, di seconda o terza mano, sul processo ai Khmer rossi che da nove anni, dal luglio del 2006. si sta svolgendo a Phnom Penh ma pochi sanno cosa realmente ci sia dietro. E’ una storia lunga e poco dignitosa. Sono stati portati alla sbarra un pugno di ottantenni ma di chi furono i loro complici e, talora, istigatori, nessuno fa menzione. Forse perché verrebbero alla luce delle verità piuttosto imbarazzanti. La verità non è però ignota e molte delle cose taciute sono state raccontate, già nel 2000, dal giornalista indipendente John Pilger, John Pilger.com, e nel 2006, “Le monde diplomatique” pubblicò un lungo articolo di Raoul-Marc Jennar, https://mondediplo.com/2006/10/11cambodia, dove si narrano tutti i retroscena di quella che l’autore chiama una “giustizia tardiva e selettiva”. La verità non è quindi lontana da noi, basta andare a cercarla, anche se risale ad anni ormai lontani. Dal 1979 al 1991, grazie al voto di Stati Uniti e Cina, e dei paesi loro alleati, l’ambasciatore dei Khmer rossi, Thiounn Prasith continuò a rappresentare la Cambogia all’ONU e la Commissione dei Diritti Umani dell’Onu si rifiutò di prendere in esame qualsiasi documento facente riferimento ai crimini commessi in Cambogia durante quei tre anni, otto mesi e venti giorni. Al momento della stesura degli Accordi di pace di Parigi, nel 1991, la strage per fame, spossamento e malattia di parte della popolazione civile e la sistematica eliminazione di centinaia di migliaia di oppositori politici, furono cinicamente definite “le politiche e le pratiche del passato”, assolvendo così da ogni colpa i Khmer rossi e il loro alleato Sihanouk, che per anni erano stati il baluardo contro la ”penetrazione sovietica nel Sud-Est asiatico”. Il verdetto del tribunale cambogiano che, nell’agosto 1979, aveva condannato a morte Pol Pot e Ieng Sary, è stato annullato, perché – si è detto – che il processo si era svolto “sotto l’influenza vietnamita” e tutti i dirigenti Khmer rossi poterono rientrare in Cambogia, liberi da ogni imputazione. Sono scomparsi anche gli atti di quel processo, con tutte le testimonianze portate dalle vittime. Credo di essere uno dei pochi “fortunati” che ha potuto conservarne una copia. Nel giugno 1997, quando Pol Pot era ancora vivente, il governo cambogiano chiese l’aiuto dell’ONU per istruire un processo che finalmente potesse “stabilire la verità” e “giudicare i responsabili”. La Cambogia chiedeva un tribunale nazionale perché fossero le istituzioni del popolo cambogiano a giudicare i crimini commessi contro il popolo stesso. L’ONU ha preteso, invece, un tribunale internazionale perché fossero rispettati i criteri giuridici internazionali con le garanzie sull’arresto dei sospetti e la presenza di magistrati stranieri in tutte le fasi della procedura giudiziaria. Sono stati necessari sette anni di trattative prima della formale istituzione del tribunale e solo nel 2006 sono stati stanziati i 56 milioni di dollari necessari all’inizio dei lavori. Si sono insediati, con un grande seguito di esperti e consiglieri, diciassette magistrati cambogiani e otto stranieri che devono operare congiuntamente e in ogni fase dell’istruttoria deve essere richiesto il parere del magistrato internazionale. In nove anni di attività del tribunale sono stati inquisiti sei ex-dirigenti dei Khmer rossi. Due, Ieng Sary e Ta Mok, sono morti prima del processo; una, Khieu Thirith, dopo essere stata giudicata incapace di intendere e volere, è morta il 22 agosto 2015; due, Khieu Samphan e Nuon Chea, sono stati condannati a 35 anni di carcere e la sentenza è stata confermata in appello; uno, Deuch, è stato condannato e dovrebbe scontare una ventina di anni di carcere. Nove anni di “lavoro” e venticinque magistrati per sei imputati, di cui solo tre portati in giudizio: un risultato aberrante per questo tribunale che ha preteso anche la costruzione di una propria nuova sede ad hoc e che, nel 2015, è già costato oltre duecento sessanta milioni di dollari. Ormai non resta più in vita nessuno dei dirigenti dell’Angkar ma il tribunale procede nella sua caccia a qualche altro possibile colpevole, che possa giustificare il mantenimento in vita di questo organismo che grassamente retribuisce tanti inutili professionisti della “giustizia internazionale”. E’ stato un colossale fallimento e nessuna verità è venuta a galla, anche perché gli Stati Uniti posero la condizione che il tribunale fosse competente solo per i crimini commessi tra il 17 aprile 1975 e il 6 gennaio 1979. Nulla doveva trapelare su quanto accadde dal marzo 1969, quando l’aviazione americana iniziò a bombardare la Cambogia. Nulla si doveva dire sulle responsabilità degli stati che dopo il 7 gennaio 1979 continuarono a sostenere e finanziare la coalizione di Sihanouk e dei Khmer rossi. La lista dei responsabili è lunga e chi legge qualche libro di storia la conosce bene. Oltre a Cina, Stati Uniti, Thailandia e Singapore, ci sono anche i paesi europei, come racconta John Pilger, documentando bene le sue affermazioni. “Fino al 1989 il ruolo della Gran Bretagna in Cambogia rimase segreto. Le prime notizie apparvero sul Sunday Telegraph, scritte da Simon O’Dwyer-Russell, corrispondente in diplomazia e difesa con stretti contatti professionali e familiari con le SAS. Rivelò che le SAS si occupavano dell’addestramento delle forze guidate da Pol Pot. Poco dopo, Jane Defence Weekly riferì che l’addestramento inglese dei membri “non-comunisti” della “coalizione”, andava avanti “nelle basi segrete in Thailandia da più di quattro anni“. Gli istruttori erano delle SAS, “tutto il personale in servizio militare, tutti veterani del conflitto delle Falkland guidati da un capitano“. L’addestramento dei cambogiani divenne un’operazione esclusivamente britannica dopo che lo scandalo armi-per-ostaggi “Irangate” scoppiò a Washington nel 1986. “Se il Congresso avesse scoperto che gli statunitensi erano coinvolti nell’addestramento clandestino in Indocina, per non parlare di Pol Pot“, una fonte del ministero della Difesa disse a O’Dwyer-Russell, “la palla sarebbe stata subito passata. Fu uno di quei classici accordi Thatcher-Reagan.” Inoltre, Margaret Thatcher si era lasciata sfuggire, per la costernazione del ministero degli Esteri, che “i più ragionevoli tra i Khmer Rossi dovranno avere la loro parte in un futuro governo“.
Nel 1991 ho intervistato un membro dello Squadrone “R” (riserva) delle SAS, che aveva operato sul confine. “Abbiamo addestrato i KR su molto materiale tecnico, molto sulle mine“, ha detto. “Abbiamo usato le mine che provenivano dalla Royal Ordnance in Gran Bretagna, che abbiamo avuto attraverso l’Egitto cambiandone i codici d’identificazione… li abbiamo anche addestrati  psicologicamente. In un primo momento volevano solo andare nei villaggi e fare a pezzi la gente.  Gli abbiamo detto come farlo facilmente…” La risposta del Foreign Office fu menzognera. “La Gran Bretagna non fornisce aiuto militare di qualsiasi forma alle fazioni cambogiane“, aveva dichiarato in una risposta parlamentare. L’allora primo ministro, Thatcher, scrisse a Neil Kinnock: “Confermo che non c’è un coinvolgimento di qualsivoglia natura del governo britannico, nell’addestramento o cooperazione con le forze dei Khmer Rossi o dei loro alleati.” Il 25 giugno 1991, dopo due anni di smentite, il governo finalmente ammise che le SAS avevano segretamente addestrato la “resistenza” fin dal 1983. Un rapporto di Asia Watch dettagliava che le SAS avevano insegnato “l’uso di ordigni esplosivi improvvisati, trappole esplosive, la fabbricazione e l’uso di ordigni a tempo“.
Queste mine continuano ancora a uccidere e nessun colpevole è stato portato in giudizio.